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"you wanted nothing, you spoiled everything"


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"all those pins in my throat"


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Littell Robert > L’epigramma a Stalin

Capitolo 1
Da quella notte bianca in cui le nostre ancore di salvezza si intrecciarono l’una intorno all’altra, quindici anni fa il primo maggio, a Kiev, in uno squallido cabaret bohémien chiamato Il Rigattiere, devo aver sentito Mandel’štam tenere delle letture pubbliche centinaia di volte; tuttavia il puro piacere che traggo dall’arte poetica delle sue opere non è diminuito.

Capitolo 1 
Quando il suo istinto di sopravvivenza (e anche il mio) aveva la meglio sulla sua acuta consapevolezza del bene e del male, era solito menare il can per l’aia. Ormai non più.

Capitolo 1 Confidare segreti intimi era un modo infallibile per conquistare la fiducia di una donna e per convincerla che non la si stava inducendo con la violenza a compiere un atto che, alla fine, è essenzialmente violento.

Capitolo 2
Per quelli di noi che erano intimi del compagno Stalin, non era un segreto che aveva intrapreso un’azione di retroguardia contro una disperazione travolgente

Capitolo 2
«Allora: un turco chiede a un serbo perché il suo popolo sia sempre in guerra. ‘Per saccheggiare’ risponde il serbo. ‘Siamo gente povera e speriamo di ottenere un bottino. E voi?’ chiede il serbo. ‘Noi combattiamo per l’onore e la gloria’ risponde il turco. A questo punto, il serbo dice» il khozyain iniziò a ridacchiare per la sua storiella «dice: ‘Ognuno combatte per ciò che non ha’.»

Capitolo 3
Come moglie, Agrippina valeva quanto la maggior parte delle altre e più di molte, ma una volta che si metteva in testa qualcosa, potevi perdere soldi nel giro di poco tempo se scommettevi di venire a sapere com’era andata a finire. «So leggere dentro di te come un libro aperto, Fikrit. Quando guardi fuori dalla finestra in quel modo, appannando il tuo riflesso con il respiro, non ascolti le mie parole, non ti trovi nemmeno nella stessa stanza in cui sono io. Torni sulle montagne dell’Azerbaigian. Trascini fuori a fatica i massi dal letto del fiume dietro la capanna di tuo padre e li depositi su un carro trainato da un bue, punti i piedi e trascini il bue che tira il carro per portare entrambi sull’argine in pianura.» Non si sbagliava

Capitolo 4
Ammiravo enormemente entrambi. Erano abbastanza insicuri da non essere noiosi. (È questa insicurezza, vero, ad attrarre le donne?)

Capitolo 4
«Mi sembra che il mondo si stia serrando su di me» disse Osip, aggrottando la fronte. Poi soggiunse: «Forse non dovrei lamentarmi. Ho la fortuna di vivere in un Paese in cui la poesia viene tenuta in gran considerazione: le persone vengono uccise perché la leggono o perché la scrivono.»

Capitolo 6
Ho smesso di menare il can per l’aia, Boris. Bisogna scrivere una poesia che esponga per filo e per segno la cattiveria di Stalin in modo che qualsiasi idiota decerebrato possa capirla.» Convinto di aver messo fine alla discussione, Mandel’štam ripescò uno dei suoi slogan preferiti: «Se non ora, quando? Se non io, chi?»

Capitolo 9
Osip Emil’evic, giovedì, 17 maggio 1934 Capisco, con il senno di poi, che essere arrestati è un’esperienza straordinariamente liberatoria: ti libera dal terrore di venire arrestato. Essere liberati dal terrore dell’arresto ha un lato negativo – ti costringe a concentrarti su paure di minore importanza: da dove proverranno il tuo prossimo pasto o la tua prossima sigaretta, cosa succederebbe se la tua musa o la tua erezione ti abbandonassero senza una giustificazione, come sopravvivranno i tuoi cari se lo Stato, nella sua infinita saggezza, deciderà che sono più utili in qualità di parenti prossimi, quale sarebbe l’effetto sulla reputazione letteraria del poeta se si scoprisse che era terrorizzato dalla paura.

Capitolo 9
Verificò il mio nome confrontandolo con il mandato d’arresto poi, inumidendo il pennino sulla lingua, lo ricopiò attentamente a mano su ciò che sembrava il libro mastro di una banca. «Mandel’štam è il tuo vero nome?» Annuii. Senza sollevare lo sguardo, gridò: «Non ho capito la risposta alla mia domanda. Mandel’štam è il tuo vero nome o uno pseudonimo?» «Il mio vero nome.» «Rispondi con frasi di senso compiuto, non con frammenti.» «I frammenti sono ciò con cui puntello la mia rovina» gridai. «Ripetilo.» «Mandel’štam è il mio vero nome.» «Occupazione?» «Sono un poeta.» «Quella del poeta non è un’occupazione proletaria riconosciuta dagli statuti del Soviet.» Ebbi un’ispirazione. «Sono un ingegnere dell’animo umano.»

Capitolo 9
Mi ricordò la caparbietà di un’amante che si rifiuta di accettare un no, ma rimane delusa da un sì perché abbrevia il piacere che deriva dal piegare la volontà altrui. Aveva la resistenza di un maratoneta.

Capitolo 9
Con la punta della scarpa spinsi il mio libro di Puškin dalla parte opposta, verso il mio compagno di cella. «Non so leggere» disse Fikrit. «Impara» ribattei. «Inizia da Puškin. Se un giorno riuscirai a capire le sue parole, non avrai più bisogno di leggere nient’altro per tutta la vita.»

Capitolo 13
Boris Pasternak, giovedì, 23 maggio 1934 Di questi tempi, non era più possibile nutrire l’illusione che domani sarebbe stato migliore di oggi, o che oggi costituisse un passo avanti rispetto a ieri. E questa intuizione cambiò la mia vita di artista.

Capitolo 16
E così la vita continua. E chi è Fikrit Šotman per giudicare cos’è giusto e cos’è sbagliato a ogni ansa del fiume? La sopravvivenza giustifica molte cose che altrimenti passerebbero per sbagliate.

Capitolo 16
..udii per caso una donna dire di cos’era professore il professore. Si rivelò essere una cosa chiamata linguistica. La donna disse che era famoso per aver individuato la differenza tra le lingue e i dialetti: le lingue venivano parlate dai popoli dotati di eserciti, i dialetti dai popoli che ne erano sprovvisti.

Capitolo 16 Tutti i miei eroi, a partire da Vladimir Lenin e compreso il compagno Stalin, avevano trascorso degli anni in esilio ed erano tornati più forti grazie all’esperienza. Non mi fraintenda. Non mi sto paragonando a Lenin o a Stalin. Sto solo dicendo che, essendomi comportato con dignità al processo, ero determinato a comportarmi con dignità nella situazione attuale. In una parola, ero determinato a mettermi il passato dove doveva stare, cioè dietro le spalle.

Capitolo 16
Che differenza c’era tra Agrippina e Magda? Per prima cosa, è difficile paragonare due signore che non si trovano nella stessa stanza. La presenza aumenta le qualità di quella che c’è. L’assenza ti ricorda i difetti di quella che non c’è.

Capitolo 17
Piango per il rammarico di non aver commesso i crimini di cui sono stato accusato.

Epilogo
La mia grande amica Achmatova sosteneva che ciò che scorre sotto i ponti è latte versato. Aveva sicuramente ragione. Quando morì, non molto tempo dopo essere tornata da Oxford, trovai del tutto plausibile che potesse essere annegata nel latte versato.

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"L’alto concetto del progresso umano è stato privato del suo senso storico e degradato a mero fatto naturale, sicché il figlio è sempre migliore e più saggio del padre e il nipote più libero di pregiudizi del nonno. Alla luce di simili sviluppi, dimenticare è diventato un dovere sacro, la mancanza di esperienza un privilegio e l’ignoranza una garanzia di successo."


Hannah Arendt

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(Source: dailyexhaust.com, via nevver)

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"my prayer goes out to you, there is nothing I couldn’t give"


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Dick Philip K. > Non saremo noi

INTRODUZIONE
La povertà non serve a formare il carattere. Sono favole. In compenso, insegna a fare bene i conti, si contano e si ricontano i soldi. Prima di uscire per andare dal droghiere, dovete sapere esattamente quanto spendere e cosa comprare, perché se fate un errore, il giorno dopo non mangiate, e magari neanche il giorno dopo ancora.

YANCY   Titolo originale: The World of Yancy (1955).

YANCY
Era ovvio che John Yancy aveva pontificato su ogni argo­mento possibile e immaginabile. C’era un’opinione di Yancy su tutto: dall’arte moderna all’uso dell’aglio in cucina, dal sociali­smo alle bevande intossicanti, dalla guerra alle bistecche, dall’ educazione agli abiti femminili aperti sul davanti, alle tasse, all’ateismo, al divorzio, al patriotti­smo… ogni sfumatura di opinio­ne possibile. C’era forse qualche argomen­to sul quale Yancy non si era espresso? Taverner esaminò l’intermi­nabile sfilza di nastri allineati lungo le pareti degli uffici. C’erano miliardi di metri di na­stro, pieni di discorsi di Yancy… era possibile che un uomo solo avesse una propria opinione su tutto?

YANCY
Un brivido freddo gli percor­se la spina dorsale. Su temi spe­cifici e triviali, Yancy offriva opinioni ben definite: i cani so­no meglio dei gatti; il succo di pompelmo è troppo acido senza un cucchiaino di zucchero; fa bene alzarsi presto la mattina, e fa male bere troppo. Ma sulle grandi questioni… il vuoto asso­luto, riempito da frasi altisonan­ti. Un pubblico in accordo con Yancy sulla guerra, le tasse, Dio e il pianeta, era virtualmente in accordo su niente. E su tutto. Su argomenti importanti, la gente non aveva opinioni. Pen­sava soltanto di averle.

YANCY
«Il governo» commentò Dorser «è strutturato secondo il solito sistema arcaico. Ci sono due partiti, uno un po’ più con­servatore dell’altro, ma senza nessuna differenza di fondo, na­turalmente. Entrambi eleggono i candidati alle primarie, con ballottaggio aperto a tutti i vo­tanti.» Fece una risata. «È una democrazia modello. Ho letto i libri di testo delle scuole: un sacco di slogan idealistici tipo libertà di parola, di riunione, di culto. La solita roba delle ele­mentari.»

YANCY
Era sempre la stessa storia. In una frase, Yancy affermava una co­sa; con la seguente il contrario. Il totale equivaleva a zero; un risultato accuratamente pro­grammato. Ma allo spettatore restava l’impressione di aver partecipato a un ricco banchetto intellettuale. Era straordinario. Ed era evidentemente lavoro di professionisti: il meccanismo era troppo perfetto per essere frutto del caso

NON SAREMO NOI   Titolo originale: The Golden Man (1954).

NON SAREMO NOI
Cris Johnson non tira a in­dovinare» aggiunse Anita. «Lui guarda avanti. Vede quello che deve avvenire. Vede nel futuro. E probabilmente non lo percepisce come futuro.» «No» disse Anita pensosa­mente. «A lui sembrerà come il presente. Ha un presente più ampio. Solo che gli sta davanti, non dietro. Il nostro presente è in relazione col passato. Per noi, solo il passato è certo. Per lui, è certo il futuro. E probabilmente non ricorda il passato, non più di quanto lo ricordino gli animali.» «Quando si svilupperà» disse Baines, «quando la sua razza si svilupperà, probabil­mente allargherà le sue possibi­lità di precognizione. Invece di dieci minuti, trenta. Poi un’ora. Un giorno. Un anno. Alla fine riusciranno ad avere davanti a loro un’intera esistenza. Ognu­no di loro vivrà in un mondo solido, immutabile. Non ci sa­ranno variabili, incertezza. Nes­sun movimento! Non dovranno aver paura di niente. Il loro mondo sarà perfettamente stati­co, un blocco solido.»