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Richard Feynman > SEI PEZZI FACILI

ADELPHI ebook

PREFAZIONE
Sentivo anche che per gli studenti è importante aver chiaro che cosa dovrebbero essere in grado di dedurre da quanto detto in precedenza (se sono abbastanza svegli), e cosa invece viene presentato come nuovo. Quando venivano introdotte nuove idee, io cercavo o di dedurle, se erano deducibili, o di spiegare che si trattava di un concetto nuovo, che non aveva alcuna base nelle cose che già avevano imparato: non era dimostrabile, bisognava proprio aggiungerlo.
PREFAZIONE
Mentre mi rivolgevo agli studenti più attivi, non volevo trascurare il povero studente per il quale i fuochi d’artificio e le applicazioni collaterali sono semplicemente inquietanti, e dal quale sarebbe vano aspettarsi che impari molto del contenuto delle lezioni. A questi studenti volevo presentare almeno un nucleo centrale o spina dorsale della materia che fossero in grado di comprendere. Magari non avrebbero capito tutto, ma potevo sperare che non si innervosissero troppo.
PREFAZIONE
una o due decine di studenti - sorprendentemente - avevano capito tutto in ogni lezione, avevano lavorato seriamente e avevano affrontato le cose con entusiasmo e interesse. È presumibile che queste persone abbiano una preparazione di base di prim’ordine in fisica; dopotutto sono proprio quelli che cercavo di raggiungere. Ma ciò significa, allora, che «di rado l’insegnamento è veramente efficace, tranne in quei casi felici in cui è quasi superfluo» (Gibbons). Eppure, non volevo lasciare indietro del tutto nessuno, come invece, forse, è successo. Penso che per dare una mano agli studenti bisognerebbe mettere più impegno nell’inventare problemi che chiariscano i concetti presentati a lezione. Esercizi e problemi forniscono una buona opportunità di completare l’argomento e rendere più reali, più complete, più salde nella mente le idee.
PREFAZIONE
l’insegnamento migliore è quello che si realizza nel rapporto diretto tra lo studente e un buon insegnante: la situazione in cui lo studente discute le idee, riflette sulle cose, e ne parla. Non si impara molto stando seduti in un’aula, e neppure facendo i compiti assegnati, ma di questi tempi dobbiamo istruire una tal massa di gente che è necessario trovare un’alternativa all’ideale.
Introduzione
.. non conosciamo ancora tutte le leggi fondamentali: la frontiera dell’ignoranza si sta espandendo
Introduzione
Ogni nostra conoscenza, in effetti, è un’approssimazione di un qualche tipo, perché sappiamo di non sapere ancora tutte le leggi. Perciò, tutto viene imparato solo per essere poi disimparato, o, più probabilmente, per venire corretto.
Introduzione
a ogni passo varrà la pena di imparare quello che è noto ora, qual è il grado della sua precisione, come si inserisce nel quadro più generale della conoscenza e come si potrà cambiare quando ne sapremo di più.
Introduzione
La materia è fatta di atomi … 
non c’è nulla che gli esseri viventi possano fare e che non si possa comprendere partendo dall’ipotesi che siano fatti di atomi interagenti secondo le leggi della fisica
Introduzione
le idee fondamentali della fisica: la natura delle cose come le vediamo al momento attuale
Introduzione
Possiamo immaginare che questo complicato apparato di cose in movimento che chiamiamo «mondo» sia simile a una partita di scacchi giocata dagli dèi, di cui noi siamo spettatori. Non conosciamo le regole del gioco; tutto ciò che ci è permesso è guardare la partita. Naturalmente, se guardiamo abbastanza a lungo, alla fine afferreremo alcune regole di base. Le regole del gioco sono ciò che chiamiamo fisica fondamentale.
Introduzione
Per dare un esempio di quanto sia sbagliata la fisica classica, esiste una regola in meccanica quantistica secondo la quale non si può sapere dove si trova una cosa e al tempo stesso quale sia la sua velocità. L’indeterminazione della quantità di moto e quella della posizione sono complementari, e il prodotto delle due è costante. Possiamo
Introduzione
Un altro cambiamento interessantissimo nelle idee e nella filosofia della scienza dovuto alla meccanica quantistica è il seguente: non è possibile prevedere esattamente cosa succederà in ogni circostanza.
Introduzione
La nuova visione dell’interazione di elettroni e protoni che è la teoria elettromagnetica corretta tenendo conto della meccanica quantistica si chiama elettrodinamica quantistica. La teoria fondamentale dell’interazione di luce e materia, ovvero campo elettrico e cariche, è il nostro maggior successo in fisica fino a oggi. In quest’unica teoria abbiamo le regole di base per tutti i fenomeni normali, a eccezione della gravitazione e dei processi nucleari.
Introduzione
Nell’elettrodinamica quantistica si introducono due numeri, e si suppone che da essi derivi la maggior parte degli altri numeri del mondo. I due numeri sono la massa e la carica dell’elettrone. A dir la verità non è proprio così, perché abbiamo anche i numeri che, in chimica, ci dicono quanto pesano i nuclei.
Introduzione
La mancanza di spazio ci impedisce anche di descrivere il rapporto tra la fisica e l’ingegneria, l’industria, la società, la guerra, e perfino la relazione, veramente notevole, tra fisica e matematica. (La matematica non è una scienza, dal nostro punto di vista, nel senso che non è una scienza naturale. La verifica della sua validità non è l’esperimento). Fra l’altro, dobbiamo chiarire fin dall’inizio che se una cosa non è una scienza, non necessariamente è un male. Per esempio, l’amore non è una scienza. Quindi, se diciamo che qualcosa non è una scienza, non vuol dire che, in essa, c’è qualcosa che non va: vuol dire solo che non è una scienza.
Introduzione
Ma in fisica non c’è alcuna questione storica. Non esistono problemi tipo: «Ecco le leggi della fisica, come mai sono proprio queste?». Non pensiamo, al momento, che le leggi della fisica siano in qualche modo variabili nel tempo, che possano essere state diverse nel passato. Naturalmente è possibile, e non appena scopriremo che è così, la questione storica in fisica verrà inserita nel resto della storia dell’universo, e allora i fisici si porranno gli stessi problemi degli astronomi, i geologi e i biologi.
Che cos’è l’energia?
Ci sono sei leg­gi di con­ser­va­zio­ne, tre sono comples­se e riguardano lo spazio e il tempo, e tre sono semplici e riguardano il contare certe cose. Riguardo al­la con­ser­va­zio­ne dell’energia, bisogna os­servare che l’energia disponibile è un’altra fac­cenda; per esempio gli atomi dell’acqua del mare vibrano e si muovono, perché l’acqua è a una certa temperatura, ma è impos­sibile organiz­zarli e sfrut­tare quell’energia senza prendere energia altrove. Cioè, anche se sap­pia­mo per certo che l’energia si conserva, quel­la disponibile per l’utilità dell’uomo non si conserva così facilmente. Le leg­gi che governano la quantità di energia disponibile sono quel­le del­la termodinamica, e coinvolgono un concet­to chiamato entropia per i proces­si termodinamici ir­reversibili
Moti planetari
Perché per descrivere la natura pos­sia­mo usare la matematica, senza riuscire a spiegare il funzionamento? Nes­suno lo sa, ma dob­biamo andare avanti lo stes­so in questo modo, perché funziona.
Meccanica atomica
La meccanica quan­ti­sti­ca è la descrizione del comportamento del­la materia, in particolare di ciò che succede su scala atomica. Su scala molto piccola le cose si comportano in un modo che non vi immaginate nemmeno. Non si comportano come onde, né come par­ti­cel­le, né come nuvole, né palle da biliardo, né pesi, né molle, né come nient’altro abbiate mai visto
Meccanica atomica
Il comportamento quan­ti­sti­co degli oggetti atomici (elet­tro­ni, protoni, neutroni, fotoni e così via) è lo stesso per tutti, sono tutti «onde corpuscolari», o come li volete chiamare. Quindi ciò che impariamo sul comportamento degli elet­tro­ni (che useremo nei nostri esempi) si applica anche a tutte le altre «par­ti­cel­le», inclusi i quanti di luce o fotoni.
Meccanica atomica
Ecco la formulazione originale del principio di indeterminazione data da Heisenberg: se si effettua una misura su un oggetto, e si determina la componente x del­la sua quantità di moto con incertezza Δp, non si può contemporaneamente conoscere la sua posizione x con precisione maggiore di Δx = h/Δp. In ogni istante, il prodotto tra l’indeterminazione nella posizione e quella nella quantità di moto deve essere maggiore o uguale alla costante di Planck.
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"La cultura non deve meravigliare che chi l’apprende, e mai gli altri."


Merini, Alda. “Delirio amoroso.” Frassinelli.

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Emil Cioran > L’inconveniente di essere nati

ADELPHI ebook

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Esiste una conoscenza che toglie peso e portata a quello che si fa - e per la quale tutto è privo di fondamento tranne essa medesima. Pura al punto da aborrire perfino l’idea del soggetto, traduce quel sapere estremo secondo il quale fare o non fare un atto è la stessa cosa, e a cui si associa una soddisfazione altrettanto estrema: il poter ripetere, a ogni incontro, che nessuno dei gesti da noi compiuti merita la nostra adesione, che niente è avvalorato da una qualche traccia di sostanza, che la “realtà” è dell’ordine dell’insensato. Una tale conoscenza meriterebbe di essere definita postuma: opera infatti come se chi conosce fosse vivo e non vivo, essere e memoria di essere. “è già passato” dice costui di tutto ciò che compie, nell’istante stesso dell’atto, che viene così destituito per sempre di presente.
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Le tre del mattino. Percepisco questo secondo, e poi quest’altro, faccio il bilancio di ogni minuto. Perchè tutto questo? Perchè sono nato. è da un tipo speciale di veglia che deriva la messa in discussione della nascita.
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Noi non corriamo verso la morte, fuggiamo la catastrofe della nascita, ci affanniamo, superstiti che cercano di dimenticarla. La paura della morte è solo la proiezione nel futuro di una paura che risale al nostro primo istante.

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Non bisogna costringersi a un’opera, bisogna solo dire qualcosa che si possa bisbigliare all’orecchio di un ubriaco o di un morente.

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Non sono mai a mio agio nell’immediato, mi seduce solo quello che mi precede, quello che mi allontano da qui, gli istanti innumerabili in cui non fui: il non nato.

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Disfare, de–creare, è il solo compito che l’uomo possa assegnarsi, se aspira, come tutto lascia supporre, a distinguersi dal Creatore.

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Di norma, gli uomini aspettano la delusione: sanno che non devono spazientirsi, che presto o tardi verrà, che accorderà loro la dilazione necessaria perchè possano dedicarsi alle occupazioni del momento. Diverso è il caso del disingannato: per lui la delusione sopraggiunge contemporaneamente all’atto; non ha bisogno di spiarne l’arrivo, essa è presente. Affrancandosi dalla successione, egli ha divorato il possibile e reso superfluo il futuro. “Non posso incontrarvi nel vostro futuro” dice agli altri. “Non abbiamo un solo istante che ci sia comune”. Perchè per lui l’insieme del futuro è già qui. Quando si scorge la fine del principio si va più in fretta del tempo. L’illuminazione, delusione folgorante, dispensa una certezza che trasforma il disingannato in liberato.

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La mia facoltà di essere deluso oltrepassa l’intendimento. Essa, che mi fa capire il Buddha, è la medesima che mi impedisce di seguirlo.

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Ciò di cui non possiamo più impietosirci non conta e non esiste più. Si capisce perchè il nostro passato cessi così presto di appartenerci per prendere forma di storia: di qualcosa che non riguarda più nessuno.

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Quello che so a sessant’anni lo sapevo altrettanto bene a venti. Quarant’anni di un lungo, superfluo lavoro di verifica…

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Ogni volta che le cose non vanno e ho pietà del mio cervello, sono colto da una voglia irresistibile di proclamare. Proprio allora intuisco da quali baratri meschini sorgano riformatori, profeti e salvatori.

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Quando due persone si rivedono dopo molti anni dovrebbero sedersi l’una di fronte all’altra e non dirsi niente per ore ed ore, affinchè con il favore del silenzio la costernazione possa assaporare se stessa.

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In questo preciso momento, ho male. Questo evento, cruciale per me, è inesistente, anzi inconcepibile per il resto degli esseri, per tutti gli esseri. Tranne per Dio, se questa parola può avere un senso.

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Reagisco come tutti, e perfino come coloro che disprezzo di più; ma mi redimo deplorando ogni atto che compio, buono o cattivo che sia.

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Con il passare degli anni diminuisce il numero di coloro con i quali ci si può capire. Quando non avremo più nessuno cui rivolgerci saremo finalmente quali eravamo prima di precipitare in un nome.

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Quando ci si rifiuta di fare del lirismo, riempire una pagina diventa un supplizio: a che serve scrivere per dire esattamente quello che si aveva da dire?

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La salute è certamente un bene; ma a coloro che la posseggono è stata rifiutata la grazia di accorgersene, dato che una salute consapevole di se stessa è una salute compromessa o che sta per diventarlo. Poichè nessuno gioisce della propria assenza di infermità, si può parlare senza esagerazione alcuna di una giusta punizione dei benportanti.

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Il modo più sicuro per non sbagliarsi è minare certezza su certezza. Ciò non toglie che tutto quello che conta sia stato fatto al di fuori del dubbio.

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Abbiamo un bel preferirci all’universo, ci odiamo pur sempre molto più di quanto pensiamo. Il saggio è un’apparizione così insolita proprio perchè non sembra intaccarlo l’avversione che, al pari di tutti gli esseri, deve certo nutrire per se stesso.

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C’è, nel fatto di nascere, una tale assenza di necessità che, quando ci si pensa un po’ più del solito, non sapendo come reagire ci si limita a un sorriso ebete.

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Nei confronti della morte, oscillo senza tregua fra il “mistero” e il “nulla”, fra le Piramidi e l’Obitorio.

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X mi insulta. Sto per schiaffeggiarlo. Poi, ripensandoci, mi astengo. Chi sono? Qual è il mio vero io: quello della replica o quello del ripiegamento? La mia prima reazione è sempre energica; la seconda, fiacca. Quella che definiamo “saggezza” è in fondo solo un perpetuo “ripensandoci”, cioè la non azione come primo impulso.

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Per anni, per una vita in realtà, aver pensato solo agli ultimi istanti, per constatare, quando finalmente se ne è prossimi, che è stato inutile, che il pensiero della morte aiuta tutto fuorchè a morire!

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Darei l’universo intero e tutto Shakespeare per un briciolo di atarassia.

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… è più facile andare avanti con i vizi che con le virtù. I vizi, accomodanti per natura, si aiutano l’un l’altro, sono pieni di reciproca indulgenza, mentre le virtù, gelose, si combattono e si annientano, e mostrano in tutto la loro incompatibilità e la loro intolleranza.

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Quando Mara, il Tentatore, cerca di soppiantare il Buddha, costui gli dice fra l’altro: “Con che diritto pretendi di regnare sugli uomini e sull’universo? Hai forse sofferto per la conoscenza?”. Ecco la domanda capitale, forse l’unica, che ci si dovrebbe fare quando ci si interroga su chiunque, in primo luogo su un pensatore. Non si distingue mai abbastanza fra coloro che hanno pagato per ogni minimo passo verso la conoscenza e coloro, incomparabilmente più numerosi, cui fu assegnato un sapere comodo, indifferente, un sapere senza travagli.

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Lo stesso sentimento di estraneità, di gioco inutile, ovunque io vada: fingo di interessarmi a ciò che mi è indifferente, mi dimeno per automatismo o per carità, senza essere mai partecipe, senza essere mai da nessuna parte. Ciò che mi attira è altrove, e questo altrove non so cosa sia.

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Nessuna specie di originalità letteraria è ormai possibile se non si tortura, non si scardina il linguaggio. La cosa è diversa se ci si attiene all’espressione in quanto tale. Ci si trova allora in un ambito dove dai tempi dei presocratici le esigenze non sono mutate.

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Ho tutti i difetti degli altri, eppure quello che fanno mi pare inconcepibile.

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La forza esplosiva della pur minima mortificazione. Ogni desiderio domato rende potenti. Abbiamo tanta più presa su questo mondo quanto più ce ne allontaniamo, quanto meno vi aderiamo. La rinuncia conferisce un potere illimitato.

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Appena ci si appella alla parte più segreta di noi e ci si mette a operare, a palesarsi, ci si attribuiscono dei doni, si diviene insensibili alle proprie lacune. Nessuno è in grado di ammettere che ciò che scaturisce dalle sue profondità potrebbe non valere niente. La “conoscenza di sé”? Una contraddizione in termini.

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Non c’è vera arte senza una forte dose di banalità. Chi fa costantemente uso dell’insolito annoia presto, dato che niente è più insopportabile dell’uniformità nell’eccezionale.

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L’inconveniente dell’utilizzare una lingua presa a prestito è di non aver diritto a fare troppi errori. Ora, proprio cercando la forma scorretta pur senza abusarne, sfiorando a ogni istante il solecismo, si dà una parvenza di vita alla scrittura.

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Questo secondo è svanito per sempre, si è perduto nella massa anonima dell’irrevocabile. Non tornerà mai più. Ne soffro e non ne soffro. Tutto è unico -e insignificante.

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Tutto quello che si fa mi sembra pernicioso e, nel migliore dei casi, inutile. A rigore, posso agitarmi ma non posso agire. Capisco bene, troppo bene, la battuta di Wordsworth su Coleridge: “Eternal activity without action”.

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E’ peculiare di ogni forma perfetta che lo spirito emani da essa in modo immediato e diretto, mentre la forma difettosa lo trattiene prigioniero, come un cattivo specchio che non ci rimanda altro che se stesso”. Facendo questo elogio -così poco tedesco- della limpidezza, Kleist non pensava in particolare alla filosofia, o almeno non era lei il suo bersaglio; ciò non toglie che la sua sia la migliore critica mai fatta del gergo filosofico, pseudo–linguaggio che, volendo riflettere le idee, riesce ad acquistare rilievo soltanto a loro spese, a snaturarle e ad offuscarle, valorizzando invece se stesso. Con una delle usurpazioni più desolanti, la parola è diventata protagonista in un ambito in cui dovrebbe passare inosservata.

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Il grande torto della natura è di non aver saputo limitarsi a un solo regno. In confronto al vegetale, tutto appare inopportuno, fuori luogo. Il sole avrebbe dovuto imbronciarsi all’avvento del primo insetto, e sloggiare all’irruzione dello scimpanzé.

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Mi era del tutto indifferente. Pensando all’improvviso, dopo tanti anni, che qualsiasi cosa capiti non la rivedrò mai più, sono quasi venuto meno. Comprendiamo cosa sia la morte solo rammentandoci a un tratto qualcuno che non è stato niente per noi.

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Il paradosso non si addice ai funerali, e neppure ai matrimoni o alle nascite. Gli eventi sinistri - o grotteschi - esigono il luogo comune, giacchè il terribile, come il doloroso, consente solo lo stereotipo.

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Per quanto disincantati siamo, ci è impossibile vivere senza alcuna speranza. Ne serbiamo sempre una, a nostra insaputa, e quella speranza inconscia compensa tutte le altre, esplicite, che abbiamo respinto o esaurito.

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Impostura e infamia in piena luce. La sua insincerità è percepibile in ogni suo gesto, in ogni sua parola. Il termine non è esatto, perchè essere insincero significa celare la verità, significa conoscerla, mentre in lui nessuna traccia, nessuna idea, nessun sentore di verità, nè di menzogna d’altro canto, nulla, tranne una durezza immonda, una demenza interessata…

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Soltanto le mezze disgrazie sono feconde, perchè possono essere, perchè sono un punto di partenza, mentre un inferno troppo perfetto è sterile quasi quanto il paradiso.

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Vorrei poter dire come quel rabbino hassidico: “La benedizione della mia vita è stata il non aver mai avuto bisogno di una cosa prima di possederla!”
Il fallimento, anche ripetuto, pare sempre nuovo, mentre il successo, moltiplicandosi, perde ogni interesse, ogni attrattiva. Non è l’infelicità, bensì la felicità, la felicità insolente, è vero, che conduce all’acredine e al sarcasmo.

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Per tutta la vita ho vissuto con la sensazione di essere stato allontanato dal mio vero luogo. Se l’espressione “esilio metafisico” non avesse alcun senso, la mia sola esistenza gliene fornirebbe uno.

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In certuni la prospettiva di una fine più o meno prossima stimola l’energia, buona o cattiva, e li tuffa in un’attività frenetica. Abbastanza candidi da voler perpetuarsi grazie alle loro imprese o alle loro opere, si accaniscono a terminarle, a concluderle: non c’è più un istante da perdere. La stessa prospettiva induce altri a sprofondarsi nell’ “a che serve?”, in una chiaroveggenza sterile, nelle verità irrecusabili dell’apatia.

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Appena formulo un dubbio, più esattamente: appena avverto il bisogno di formularne uno, provo un benessere curioso, inquietante. Mi sarebbe di gran lunga più agevole vivere senza traccia di credenza che senza traccia di dubbio. Dubbio devastatore, dubbio nutritivo!

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Dire a qualcuno ciò che si pensa di lui e di quello che fa significa investirsi di una superiorità molto abusiva. La franchezza non è compatibile con un sentimento delicato, non lo è neppure con una esigenza etica.

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La mia missione è di soffrire per tutti coloro che soffrono senza saperlo. Devo pagare per loro, espiare la loro incoscienza, la fortuna che hanno di ignorare fino a che punto siano infelici.

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La disgrazia di essere incapaci di stati neutri se non mediante la riflessione e lo sforzo. Quel che un imbecille ottiene di primo acchito, ci si deve dar da fare giorno e notte per ottenerlo, e non solo a tratti!

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Sono disposto a credere nel futuro dell’uomo, ma come riuscirci quando si è malgrado tutto in possesso delle proprie facoltà? Occorrerebbe il loro tracollo quasi totale, e ancora non basterebbe.

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Quando si è superata l’età della rivolta, e ci si scatena ancora, ci si sente come un Lucifero rimbambito.

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Pur avendo giurato di non peccare mai contro la santa concisione, rimango tuttavia complice delle parole, e quantunque sedotto dal silenzio, non oso entrarvi, mi aggiro soltanto alla sua periferia…

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Finchè si credeva al Diavolo, tutto quel che accadeva era intelligibile e chiaro; da quando non ci si crede più, bisogna, per ogni evento, cercare una spiegazione nuova, tanto laboriosa quanto arbitraria, che incuriosisce tutti e non soddisfa nessuno.

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Ogni volta che penso all’essenziale, credo di intravederlo nel silenzio o nell’esplosione, nello stupore o nel grido. Mai nella parola.

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In un’opera di psichiatria, mi interessano solo i discorsi dei malati; in un libro di critica, solo le citazioni.

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Viene un momento in cui ci pare ozioso dover scegliere fra la metafisica e il dilettantismo, fra l’insondabile e l’anedottico.

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Perchè ricamare su ciò che esclude il commento? Un testo spiegato non è più un testo. Con un’idea si vive, non la si disarticola; si lotta con essa, non se ne descrivono le tappe. La storia della Filosofia è la negazione della Filosofia.

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Si invoca sempre meno il “progresso” e sempre più il “cambiamento”, e quel che si adduce per illustrarne i vantaggi sono soltanto i sintomi molteplici di una catastrofe senza uguali.

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Niente di più penoso che due profeti contemporanei. Uno di loro deve farsi da parte e scomparire se non vuole esporsi al ridicolo. A meno che non vi cadano entrambi, che sarebbe la soluzione più equa.

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La storia, a voler essere esatti, non si ripete, ma, poichè le illusioni di cui l’uomo è capace sono limitate di numero, esse ritornano sempre sotto un diverso travestimento, dando così a una porcheria ultradecrepita un’aria di novità e una vernice tragica.

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Mi scomoderei, al limite, per l’Apocalisse, ma per una rivoluzione… Collaborare a una fine o a una genesi, a una calamità ultima o iniziale sì, ma non a un cambiamento verso un meglio o verso un peggio qualsiasi.

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Dal pregiudizio che nutro contro tutto ciò che finisce bene, da questo è nato in me il gusto delle letture storiche. Le idee sono inadatte all’agonia; muoiono, beninteso, ma senza saper morire, mentre un evento esiste solo in funzione della sua fine. Tanto basta per preferire la compagnia degli storici a quella dei filosofi.

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Ci si deve schierare con gli oppressi in ogni circostanza, anche quando hanno torto, senza tuttavia dimenticare che sono impastati con lo stesso fango dei loro oppressori.

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Annientare dà un senso di potenza e lusinga qualcosa di oscuro, di originario in noi. Non è erigendo, è polverizzando che possiamo intuire le soddisfazioni segrete di un dio. Da qui il fascino della distruzione e le illusioni che suscita nei frenetici di ogni epoca.
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