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Emily Dickinson > Esultanze è l’andare

Esultanza è l’andare
di un’anima di terra verso il mare,
oltre le case, oltre i promontorí -
dentro l’eternítà profonda -
Quanto noi, stirpe dei monti,
può capire il marinaio
la divina ubriacatura
del primo miglio al largo della sponda?
- 0 -
Exultation is the going
Of an inland soul to sea,
Past the houses - past the headlands
Into deep Eternity -
Bred as We, among the mountains,
Can the sailor understand
The divine intoxication
Of the first league out from land?
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William Faulkner > Assalonne, Assalonne

ADELPHI ebook
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Da un po’ dopo le due sin quasi al tramonto del lungo immoto afoso estenuato morto pomeriggio di settembre rimasero seduti in quello che Miss Coldfield chiamava ancora l’ufficio perché così l’aveva chiamato suo padre - una buia stanza calda senz’aria con le persiane tutte chiuse e inchiavardate da quarantatré estati perché quand’era ragazza lei qualcuno era convinto che la luce e l’aria mossa portassero calore e che al buio facesse comunque più fresco, una stanza che (come il sole andava battendo sempre più piano su quel lato della casa) si zebrava di lame gialle dense di pulviscolo che Quentin pensava formato di minuscole scaglie della stessa vecchia vernice rinsecchita e morta in via di scrostarsi dalle persiane e sospinta all’interno come dalla forza del vento.
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.. perché nostro padre sapeva chi era suo padre nel Tennessee e chi era stato suo nonno in Virginia e i nostri vicini e le persone del nostro ambiente sapevano che noi sapevamo e noi sapevamo che loro sapevano che noi sapevamo e noi sapevamo che loro ci avrebbero creduto circa la sua origine e provenienza quand’anche avessimo mentito, proprio come a chiunque sarebbe bastato dargli uno sguardo per capire che lui avrebbe mentito sulla sua origine, provenienza e ragione di trasferimento, dal solo fatto che evidentemente era costretto a ricusare di rivelarle. E il solo fatto ch’egli avesse dovuto scegliere la rispettabilità quale riparo comprovava a sufficienza (se pur d’altre prove c’era bisogno) che ciò da cui fuggiva doveva essere qualche contrario della rispettabilità, troppo tenebroso per potersene parlare.
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No. Io non ho attenuanti per me stessa. Non adduco la giovinezza, giacché nel Sud quale mai creatura dal 1861 in poi, uomo, donna, negro o mulo, aveva avuto tempo o opportunità non solo di essere giovane, ma di aver sentito dire che cosa significasse essere giovane da chi lo era stato?
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Ella pareva starsene ritta, presenza nascosta, dietro il lindo steccato di un cortiletto o spiazzo inconfondibilmente da classe media, a guardare il qualsiasi mondo stregato di quella quieta strada di paese con l’aria tipica dei bambini nati troppo tardi nella vita dei loro genitori e condannati a contemplare tutta la condotta umana attraverso le complesse e inutili follie degli adulti

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… ecco la visione lasciata in me dal loro primo apparirmi, che mi porterò nella tomba: uno squarcio, come l’avanguardia di una bufera, della carrozza con dentro il viso bianchissimo di Ellen e ai suoi fianchi due repliche del volto di lui in miniatura, e a cassetta la faccia e i denti del negro selvaggio che conduceva, e lui, con la faccia tal quale il negro tranne per i denti (ciò senza dubbio per via della barba) - tutto in un tuono e in una furia di cavalli dagli occhi roteanti, e di galoppo e di polvere.
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Essendo uomini, questi spettatori non si rendevano conto che gli abiti indossati da Sutpen la prima volta ch’era entrato in Jefferson erano gli unici che gli avessero visto mai addosso, e ben poche delle donne della contea lo avevano visto. Altrimenti, alcuni di loro avrebbero precorso Miss Coldfield anche in questo: nell’indovinare che lui si stava risparmiando i vestiti, poiché il decoro se non proprio l’eleganza sarebbe stata l’unica arma (o piuttosto, scala) con cui potere sferrare l’estremo assalto a ciò che Miss Coldfield e forse altri ancora ritenevano essere la rispettabilità - quella rispettabilità che, stando al generale Compson, nelle segrete intenzioni di Sutpen consisteva in ben altro che il puro acquisto di una castellana per la sua casa.
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… solo un artista poteva sopportare la spietata fretta di Sutpen eppure riuscire a domare il sogno di cupa magnificenza da castello a cui Sutpen evidentemente mirava, poiché il luogo nei progetti di Sutpen sarebbe stato grande quasi come la stessa Jefferson di quell’epoca; e il piccolo straniero accigliato e provato dai disagi da solo aveva dato battaglia, sgominandola, alla fiera e tracotante vanità di Sutpen o desiderio di magnificenza o rivendicazione o che altro fosse (perfino il 

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Ma del resto era stata la vanità che aveva concepito e costruito quella casa, e per di più in uno strano luogo e con poco più che le sue nude mani, e per giunta con uno svantaggio di partenza: l’eventualità e probabilità dell’invadente interferenza scaturita dalla disapprovazione di tutte le comunità umane per qualunque situazione che non capiscono.
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Fin d’allora egli aveva quella stessa vigile tensione che doveva portare addosso giorno e notte senza mai cambiarla o metterla da parte come gli abiti in cui doveva vivere e dormire, in un paese e fra gente di cui doveva apprendere anche la lingua - quella cura insonne che doveva sapere di potersi permettere un solo errore e non più; quella prontezza a misurare e soppesare l’evento contro l’eventualità, la circostanza contro la natura umana, il suo proprio giudizio fallibile e argilla mortale contro le forze non solo umane ma naturali, scegliendo e scartando, venendo a patti col suo sogno e la sua ambizione così come bisogna fare col cavallo che porti in aperta campagna e in zona boschiva, e che controlli soltanto mediante la tua abilità di non far capire all’animale che in realtà non ne sei capace, che in realtà è lui il più forte.
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In una cupa aria da mausoleo di rettitudine puritana e offesa vendicatività femminile trascorse l’infanzia di Miss Rosa, quell’annosa e antica assenza di gioventù fuori del tempo che consistette in un ascoltare, come Cassandra, dietro usci chiusi, in un appiattarsi in saloni bui pregni di quell’effluvio presbiteriano di lugubre e vendicativo precorrimento, mentre ella attendeva l’infanzia e la fanciullezza con cui la natura l’aveva confusa e proditoriamente condannata a far sua la precocità di una convinta disapprovazione per qualunque cosa potesse penetrare nelle mura di casa sua tramite l’influsso di un uomo, di suo padre in particolare, disapprovazione di cui la zia sembrava averla avvolta dalla nascita con le fasce.
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Non era un vigliacco. Era un uomo di intransigente forza morale, che se n’era venuto in un paese nuovo con una piccola provvista di merci e con quei proventi manteneva cinque persone nell’agio e nella sicurezza, se non altro. Ci riuscì facendo del mercato nero, naturalmente: non avrebbe potuto riuscirci se non con la taccagneria o con la disonestà; e come diceva tuo nonno, un uomo che, in un paese qual era allora il Mississippi, limitasse la disonestà al vendere cappelli di paglia e spaghi e carne salata sarebbe stato chiuso sotto chiave dalla sua stessa famiglia quale cleptomane. Ma non era un vigliacco, anche se la sua coscienza reagiva forse, come diceva tuo nonno, non tanto all’idea di versare sangue umano e abbattere vite umane, ma all’idea dello spreco: di logorare e consumare e distruggere materiale per quale che fosse il motivo.
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Henry era il provinciale, il pagliaccio quasi, portato all’azione violenta e istintiva anziché alla riflessione, ed era forse consapevole che il suo fiero orgoglio provinciale per la verginità della sorella era un’entità falsa, verginità che doveva conglobare in se stessa un’incapacità di durare per poter essere preziosa, per esistere, e dipendeva quindi necessariamente dalla sua perdita e assenza per essere in qualche modo esistita. Infatti, è forse questo l’incesto puro e perfetto: il fratello giunto a capire che la verginità della sorella deve essere distrutta per poter essere esistita, che prende quella verginità attraverso la persona del cognato, l’uomo che lui vorrebbe essere se potesse diventare per metamorfosi, l’amante, il marito; dal quale vorrebbe essere deflorato, che sceglierebbe come suo defloratore, se potesse diventare per metamorfosi la sorella, l’amante, la sposa.
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Aveva avuto troppo successo, vedi; gli toccava quella solitudine di disprezzo e sfiducia che il successo porta a chi se l’è guadagnato perché era forte e non semplicemente fortunato.
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… possedeva, insieme a ogni circostanza all’uopo, quella curiosa mancanza di economia tra causa ed effetto che è sempre una caratteristica del fato quando si riduce a usare esseri umani come strumenti, materiali.
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Hai notato come tanto spesso, quando cerchiamo di ricostruire le cause delle azioni umane, come con una sorta di stupore ci si trovi senz’altro ridotti a credere, sola credenza possibile, che esse derivino da qualcuna delle antiche virtù? Il ladro che ruba non per avidità ma per amore, l’assassino che uccide non per torbida passione ma per pietà?
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… se potrò essere felice lo sarò, se dovrò soffrire, ne sarò capace.
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Perché si fa così poca impressione, vedete. Tu vieni al mondo e tenti e non sai perché solo continui a tentare e vieni al mondo insieme a un mucchio di altre persone, tutta aggrovigliata a loro, come loro tentando, dovendo muovere braccia e gambe con cordicelle, solo che le stesse cordicelle sono legate a tutte le altre braccia e gambe e gli altri tentano tutti quanti e neanche loro sanno perché, tranne che le cordicelle si impicciano tutte a vicenda come sarebbe a dire cinque o sei persone tutte intente a cercar di fare una stuoia sullo stesso telaio solo che ciascuna vuol tessere la stuoia secondo il proprio disegno; e non può avere importanza, lo sapete, sennò Coloro i quali impiantarono il telaio avrebbero predisposto le cose un po’ meglio, eppure deve avere importanza purché tu seguiti a tentare o a dover continuare a tentare e poi tutt’a un tratto è finita e tutto quel che ti rimane è un blocco di pietra con qualche scalfittura sopra purché ci sia stato qualcuno a ricordarsi di far scalfire e collocare il marmo, o che ne abbia avuto il tempo, e ci piove sopra e il sole ci splende e[…]
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Ma tenendosi però questa che dovette raggiungerla come un fulmine a ciel sereno dopo un intervallo di quattro anni, considerando quest’una degna di essere data a un’estranea perché la tenesse o non la tenesse, perfino la leggesse o non la leggesse come meglio pareva all’estranea, per fare quella scalfittura, quel segno imperituro sul vuoto volto dell’oblio a cui siamo tutti condannati, di cui essa parlò…
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Perché nel contatto della carne c’è qualcosa che abroga, taglia netto e diritto per le tortuose vie intricate dell’ordinamento decoroso, e nemici e amanti lo conoscono bene questo qualcosa perché esso li fa tali
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… ma è vera saggezza quella che sa comprendere che c’è un avrebbe-potuto-essere più vero della verità, svegliandosi dal quale il sognatore non dice «Ho dunque solo sognato?» ma piuttosto dice, accusa lo stesso cielo in persona con un: «Perché mai mi sono svegliato, dal momento che in questa veglia non ritroverò mai più il sonno?
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Forse non avrei nemmeno potuto desiderare di più, non avrei potuto accettare di meno, io che anche a diciannove anni dovevo sapere che la vita è un attimo costante e perpetuo in cui il velo d’arazzo steso davanti al dover essere pende docile e perfino lieto al più lieve colpo nudo se avessimo osato, fossimo abbastanza coraggiosi (non abbastanza saggi: nessun bisogno di saggezza qui) da operare lo squarcio.
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E’ questo il fatto triste, uno dei più tristi: quello stanco tedio che avvertono il cuore e lo spirito quando non hanno più bisogno di ciò al cui bisogno essi (lo spirito e il cuore) sono necessari.
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… imparava la lingua (quel filo esile e fragile, diceva il nonno, in virtù del quale i piccoli angoli e orli di superficie delle segrete e solitarie vite umane possono congiungersi per un attimo di tanto in tanto prima di risprofondare nella tenebra dove lo spirito gridò per la prima volta e non fu udito e griderà per l’ultima volta e non sarà udito nemmeno allora)
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Forse nulla accade una volta per poi finire. Forse l’accadere non è mai per una volta ma forse come increspature sull’acqua dopo che il ciottolo è affondato, le increspature che avanzano, allargandosi, l’anello unito da uno stretto cordone ombelicale acquatico all’anello seguente che il primo anello alimenta, ha alimentato, alimentò, e contenga pure questo secondo anello una diversa temperatura d’acqua, una diversa molecolarità dell’aver visto, sentito, ricordato, rifletta pure in un tono diverso l’infinito cielo immutabile, non importa: l’eco acquatica di quel ciottolo la cui caduta non vide nemmeno si muove pure attraverso la sua superficie conservando l’intervallo originario tra anello e anello, al vecchio ritmo inestirpabile -
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quell’insignificante spaccar capelli astratti mentre (diceva il nonno) Roma spariva e Gerico crollava, quel questo andrebbe bene se o quello andrebbe male se non caratteristico del sangue rallentato e delle ossa e arterie che si irrigidiscono, a cui a detta di papà ricorrono nella vecchiaia gli uomini i quali finché eran giovani ed elastici e forti reagivano a un solo semplice Sì e a un solo semplice No con la stessa istantanea irriflessa completezza di un contatto elettrico
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Quindi vogliate considerare la presente, Signore, non come l’ingiustificabile insolenza che sarebbe una non richiesta comunicazione indirizzata da me a voi, né come una domanda di tolleranza per conto di uno sconosciuto, ma come una presentazione (per goffa che sia) a un giovane signore la cui posizione non abbisogna né di precisazioni né di ricapitolazione nel luogo ove la presente vien letta, di un altro giovane signore la cui posizione non abbisogna né di precisazioni né di ricapitolazione nel luogo ove la presente fu vergata.
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Ecco perché a nessuno dei due importava chi parlasse, poiché non era il solo parlare a farlo, a eseguire e compiere l’attraversamento, ma qualche felice connubio di discorso e ascolto in cui ciascuno prima della richiesta, dell’esigenza, perdonava condonava e dimenticava le manchevolezze dell’altro - manchevolezze verificantisi tanto nella creazione di quest’ombra ch’essi discutevano (o in cui piuttosto esistevano) quanto nell’ascoltare e vagliare il falso e conservare quel che sembrava vero o corrispondente all’idea preconcetta - in modo da giungere all’amore, dove ci poteva essere paradosso e inconsistenza ma niente di erroneo o di falso.
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Art Noveau in Praha

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Three Girls, Egon Schiele

Three Girls, Egon Schiele

(via nevver)

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"I prefer maritime laws over laws on land. Maritime laws only exist to guarantee safe passage. There are no loopholes or biases to favor more powerful vessels. Every ship is equal, and no one is more powerful than the sea." 
humansofnewyork

"I prefer maritime laws over laws on land. Maritime laws only exist to guarantee safe passage. There are no loopholes or biases to favor more powerful vessels. Every ship is equal, and no one is more powerful than the sea." 

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(via kateoplis)