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Donna Tartt > Il cardellino (ebook)

Capitolo 1 - Ragazzo con un teschio
Quand’ero ancora ad Amsterdam, per la prima volta dopo anni sognai mia madre. Ero rimasto confinato nella mia stanza d’albergo per più di una settimana, terrorizzato all’idea di chiamare chicchessia o di mettere il naso fuori, il cuore che fremeva e sussultava anche al più innocuo dei rumori: il campanello dell’ascensore, l’andirivieni del carrello del minibar, persino i campanili delle chiese che scandivano le ore, de Westertoren, Krijtberg, un clangore dai contorni vagamente oscuri, come i presagi di sventura delle fiabe

Capitolo 1 - Ragazzo con un teschio
.. era venuta a farmi visita nella sola forma che le era concessa, e i nostri occhi s’incontrarono nello specchio in un lungo, immobile istante; ma proprio quando sembrava sul punto di parlare – con un sorriso tra il divertito, l’affettuoso e il frustrato sul volto – una cortina di vapore si srotolò tra noi e mi svegliai.

Capitolo 1 - Ragazzo con un teschio
È evidente dall’immobilità che trasuda in ogni scatto quanta diffidenza nutrisse nei confronti dell’obiettivo: ha l’aria vigile e tigresca di chi si prepara a reagire a un attacco. Ma nella vita di tutti i giorni non era così

Capitolo 1 - Ragazzo con un teschio
I pittori olandesi erano maestri nel lavorare su questo confine… la maturazione che scivola nella decomposizione. Il frutto è perfetto ma non durerà, è già sul punto di deperire.

Capitolo 1 - Ragazzo con un teschio
Be’, gli olandesi hanno inventato il microscopio» disse. «Erano gioiellieri, tornitori di lenti. Ci tenevano ai dettagli, perché c’è un significato anche nelle cose minuscole. Ogni volta che vedi una mosca o un insetto in una natura morta – un petalo sfiorito, la lieve ammaccatura di una mela –, l’artista ti sta inviando un messaggio in codice. Ti sta dicendo che le cose vive non durano… che tutto è effimero. La morte è connaturata alla vita. Per questo si chiamano nature morte. Può essere che all’inizio, dentro tutta questa bellezza, questo rigoglio, tu non riesca a scorgere l’impercettibile traccia di marcescenza. Ma se guardi attentamente… la troverai.

Capitolo 1 - Ragazzo con un teschio
la mamma. «Ma il modo in cui perdiamo le cose è insensato e terribile. Per incuria. Incendi, guerre. Il Partenone utilizzato come un magazzino per le munizioni, ma ci pensi? Tutto ciò che sopravvive alla Storia dovrebbe essere considerato un miracolo.»

Capitolo 3 - Park Avenue
È possibile che la signora Ingersoll non permetta a Sabine di bere caffè, ma in ogni caso a quella ragazza servirebbe ben altro per riuscire a farsi ammettere in un corso avanzato.» «Questo è un commento gratuito, Andy, e davvero poco carino.» «Be’, è la pura verità» ribatté Andy come se nulla fosse. «Sabine è un’oca. Immagino faccia bene a preoccuparsi della propria salute, visto che è la sua unica risorsa.»

Capitolo 4 - Lecca-lecca alla morfina
È uno dei primi pezzi d’antiquariato che ho comprato, trent’anni fa. A una svendita di arte popolare americana. Non sono un grande appassionato, mai stato… questo pezzo non è eccezionale, non ha nulla a che vedere col resto delle mie cose, ma dopotutto non è sempre l’elemento fuori posto, quello che non funziona alla perfezione, che stranamente finiamo per amare di più?

Capitolo 4 - Lecca-lecca alla morfina
A volte, nel tardo pomeriggio, un vento umido e sferzante soffiava contro le finestre che davano su Park Avenue mentre il traffico dell’ora di punta scemava e la città si svuotava in previsione della sera; pioveva, gli alberi germogliavano, la primavera virava all’estate; e il desolato lamento dei clacson per la strada, l’odore pungente del marciapiede bagnato, avevano un che di elettrico, un sentore di gente ed energia statica, segretarie sole e uomini grassi con le buste dei take-away, e dappertutto la malinconia sgraziata delle creature in perenne lotta per la sopravvivenza.

Capitolo 4 - Lecca-lecca alla morfina
Andy, lo sapevo, era un amico; mi fidavo di lui, tenevo in considerazione il suo parere, però certe volte quando parlavo con lui avevo l’impressione di conversare con uno di quei programmi informatici che simulano le reazioni umane.

Capitolo 5 - Badr al-Dine
Il cielo era di un blu pieno, incurante, infinito; il miraggio di una gloria ridicola e illusoria.

Capitolo 7 - La-bottega-dietro-la-bottega
Hobie viveva come un grande mammifero marino nel suo placido ecosistema, in una casa dove ogni orologio non andava d’accordo con gli altri e il tempo scorreva secondo traiettorie serpeggianti, seguendo solo il proprio torpido tic tac, regolato dal ritmo di quell’ambiente isolato, saturo di antichità, tra le chiazze marrone scuro del tè e del tabacco, lontano anni luce dalla versione posticcia e industriale del mondo.

Capitolo 7 - La-bottega-dietro-la-bottega
anche da morto, mio padre era incancellabile, a prescindere da quanti sforzi facessi per togliermelo dalla testa: c’era sempre, nelle mie mani e nella mia voce e nel modo in cui camminavo, nelle mie occhiate che saettavano da una parte all’altra quando uscivo dal ristorante con Hobie, nella maniera in cui inclinavo il capo, che ricordava la sua vecchia abitudine di controllare la propria immagine riflessa in qualsiasi superficie potesse fungere da specchio.

Capitolo 8 - La-bottega-dietro-la-bottega, il seguito
Ricorda sempre che la persona per cui stiamo lavorando in realtà è colui che restaurerà questo pezzo fra cent’anni. È lui che dobbiamo lasciare a bocca aperta.

Capitolo 9 - Un universo di possibilità
Ma il pensiero di lei mi affliggeva al punto che non riuscivo a dimenticarla più di quanto avrei potuto dimenticare un mal di denti. Era una cosa involontaria, inevitabile, compulsiva.

Capitolo 9 - Un universo di possibilità
Con una ragazza bellissima avrei potuto consolarmi dicendomi che era fuori della mia portata; il fatto che fossi tanto ossessionato e scosso dalla sua normalità suggeriva – brutto segno – un sentimento più profondo del coinvolgimento fisico, una pozza di catrame interiore in cui avrei potuto sguazzare e crogiolarmi per anni.

Capitolo 9 - Un universo di possibilità
Il traffico rombava, scorrendo verso il tunnel, verso altri quartieri, verso altre città, verso centri commerciali e strade, vasti flussi anonimi di commercio interstatale. C’era, in quel brusio costante, una solitudine seducente, un invito, come il richiamo del mare, e per la prima volta capii l’impulso che aveva spinto mio padre a svuotare il suo conto in banca, ritirare le camicie dalla lavanderia, fare il pieno all’auto e lasciare la città senza dire una parola.

Capitolo 10 - L’idiota
A volte, per capire il mondo nel suo insieme, puoi solo focalizzarti su un minuscolo frammento, concentrandoti su quello che hai a portata di mano per ricavarne il paradigma di ogni cosa; ma da quando il dipinto mi era svanito da sotto il naso, mi sentivo annegare nella vastità, non solo quella del tempo e dello spazio, ma anche e soprattutto quella, insormontabile, tra le persone.

Capitolo 12 - Punto Rendez-Vous
Da ragazzino, dopo che mia madre morì, provavo sempre a tenerla stretta nella mia mente prima di addormentarmi così magari sarei riuscito a sognarla, ma non succedeva mai. O, meglio, la sognavo di continuo, ma solo in quanto assenza, non come presenza: una brezza che attraversa una casa appena sgomberata, la sua grafia su un quaderno, il suo profumo, strade sconosciute di città perdute dalle quali sapevo che era appena passata, un’ombra che si allontanava lungo un muro assolato. A volte la scorgevo tra la gente, o in un taxi in partenza, e queste sue apparizioni mi davano un piacere intensissimo anche se non riuscivo a raggiungerla. Alla fine, mi sfuggiva sempre: non arrivavo a rispondere alle sue chiamate, oppure perdevo il suo numero; o correvo a perdifiato sin dove avrebbe dovuto essere, solo per scoprire che se n’era già andata.

Capitolo 12 - Punto Rendez-Vous
farsi strada nella mente e nel cuore da ogni possibile angolazione, in modi unici e molto particolari. Sono tuo, tuo. Sono stato dipinto per te. E – oh, non so, fermami se sto farneticando…» passandosi una mano sulla fronte, «ma anche Welty parlava di oggetti fatali. Ogni mercante d’arte e antiquario li sa riconoscere. Opere che tornano e ritornano. Forse per qualcun altro, che non è antiquario, non si tratta di un oggetto. Può essere una città, un colore, un’ora del giorno. Il chiodo su cui il tuo destino tende a impigliarsi e a strapparsi.»

Capitolo 12 - Punto Rendez-Vous
.. cosa sarebbe accaduto se quel particolare cardellino (ed è molto particolare) non fosse stato catturato o non fosse nato in cattività, ed esibito in una casa dove il pittore Fabritius poteva vederlo? La bestiola non può aver compreso perché le toccasse vivere in condizioni tanto dolorose: frastornata dai rumori (come immagino), assalita dal fumo, dall’abbaiare dei cani, dagli odori in cucina, importunata dagli ubriachi e dai bambini, condannata a volare solo quel tanto che le consentiva la più corta delle catene. Eppure anche un bambino riesce a coglierne la dignità: un pizzico di coraggio, tutto piumette e fragili ossicini. Non timido, nemmeno disperato, ma determinato a rimanere al suo posto. Deciso a non ritrarsi dal mondo.

Capitolo 12 - Punto Rendez-Vous
E per quanto tutto ciò sia terribile, lo capisco. Non possiamo scegliere cosa vogliamo e cosa non vogliamo e questa è la verità nuda e cruda. Non possiamo scappare da ciò che siamo.

Capitolo 12 - Punto Rendez-Vous
Nella misura in cui il quadro è immortale (e lo è), io ho una minuscola, luminosa, immutabile parte in quell’immortalità. Esiste; e continuerà a esistere. E io aggiungo il mio amore alla storia delle persone che hanno amato le cose belle, e se ne sono prese cura, e le hanno strappate al fuoco, e le hanno cercate quand’erano disperse, e hanno provato a preservarle e a salvarle intanto che, letteralmente, se le passavano di mano in mano, chiamando dalle rovine del tempo la successiva generazione di amanti, e quella dopo ancora.

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"Noi abbiamo l’arte per non morire a causa della verità."


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"we should have met years ago, when I still had a heart to give"


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Roy Lewis > Il più grande uomo scimmia del Pleistocene

[ADELPHI] ebook

1
Quando i venti soffiavano forte da nord, spifferando gelidi che la grande cappa di ghiaccio continuava la sua avanzata, noi ammucchiavamo tutte le nostre riserve di legna e fascine davanti alla caverna e facevamo un gran fuoco, convinti che per quanto a sud si fosse spinta stavolta, fino in Africa, addirittura, noi eravamo perfettamente in grado di affrontarla e vincerla.

4
Dovevamo restare; ma dovevamo anche usare la testa. In qualche modo bisognava riuscire, una volta per tutte, a impedire ai leoni di mangiarci. Quale poteva essere il modo? Ecco, alla fine ho capito che la domanda chiave era questa. È il bello del ragionamento logico: permette di eliminare sistematicamente le alternative, finché non resta che la domanda a cui occorre rispondere».

7
Stiamo bene? Fra poco avrai il coraggio di affermare che ci siamo perfettamente adattati all’ambiente. È ciò che dicono tutti quelli che si sono stancati di evolvere; sono le ultime parole famose dello specialista, prima che sopraggiunga a mangiarselo uno specialista ancora più specializzato

7
Be’…,» replicai, ma sentivo il rossore arrivarmi alle orecchie «comunque, quanto lontano dobbiamo andare?». Papà posò il suo pezzo di carne e unì le punte delle dita. «Dipende da dove ci troviamo adesso». «E dove siamo?» chiesi. «Non ne sono sicuro» rispose papà con voce all’improvviso sommessa e grave, e un po’ triste. «Non del tutto. Credo verso la metà del Pleistocene. Dubito che abbiamo già raggiunto il Pleistocene superiore. Mi piacerebbe crederlo, Ernest, ma più ti guardo, più ti ascolto, soprattutto, e più ne dubito

7
… a dir la verità,» continuò con la voce ridotta quasi a un sussurro «a dir la verità, ultimamente mi è venuto più volte il sospetto che siamo ancora all’inizio del Pleistocene». «Tu lavori troppo, caro» disse la mamma, accarezzandogli la mano. «Vorrei che potessi prenderti un po’ di vacanza». La faccia di mio padre sembrava la maschera della tragedia: in quel momento esprimeva solo una lacerante sfiducia in se stesso. Cadde nel più completo mutismo; e si sentiva soltanto il crepitìo del fuoco e quello dei pidocchi (Pediculi antiqui) che le donne si cercavano a vicenda nelle chiome folte e scarmigliate e poi schiacciavano.

7
L’egoismo illuminato dei singoli individui si armonizzava con il risultato di produrre la quantità massima di cibo per il più grande numero di esseri. O, dolce lunedì mattina del mondo! O, Africa, continente all’avanguardia del progresso, culla della subumanità!

9
Il linguaggio precede e nutre il pensiero, come sai; e in realtà è poco più che una cortesia chiamare linguaggio le poche centinaia di sostantivi di cui disponiamo, la ventina di verbi tuttofare, la misera scorta di preposizioni e di suffissi, la continua necessità dell’enfasi, della gesticolazione e dell’onomatopea per rimediare alla scarsità dei casi e dei tempi. No, no, figlioli miei; culturalmente siamo poco più evoluti del Pithecanthropus erectus, il quale, credete a me, ha il destino segnato. Avete sentito quello che ne diceva il compianto zio Ian: è destinato a finire nella discarica dei fallimenti della natura»

9
È difficile capire, all’inizio» disse papà. «Ma se dobbiamo risolvere problemi, se dobbiamo acquisire una natura capace di individuare e risolvere problemi, è inevitabile possedere una morale, una coscienza; e quindi difficoltà personali da sbrogliare con pena, cercando magari sollievo con l’imporre la nostra volontà a oggetti inanimati che stanno fuori della nostra testa».

19
Miei cari,» ci esortava «fate che il vostro motto sia di lasciare il mondo un po’ migliore di come l’avete trovato, e di dare ai vostri figli condizioni di partenza un po’ migliori di quelle che avete avuto voi. Non contate sugli altri. Vivete come se l’intero futuro dell’umanità dipendesse dal vostro impegno; in fondo, potrebbe anche darsi! Sono tempi critici, questi, molto critici. La padronanza del fuoco non è che un inizio; devono esserci pensiero, pianificazione, organizzazione, per poter edificare su queste fondamenta.

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"Via via che invecchio
sono più insofferente,
non sopporto i rumori,
neanche il ticchettio dell’orologio.
E non sopporto il traffico
che mi accompagna da una casa
all’altra.
Odio il rumore della strada,
e pure in auto chiudo il finestrino.
Odio le chiacchiere inutili,
le ripetizioni ridondanti
di chi nemmeno si degna di ascoltare,
le parole vuote di significato,
quelle a cui non fanno seguito le azioni,
quelle ipocrite, quelle fendenti.
Odio la sveglia di Giovanni che suona
per intere mezzorate,
senza che accenni a muovere una ciglia.
E odio il tuo telefono
da sempre inopportuno,
e la tua voce, quando sei irritato.
E odio questo tamburello
inutile e perverso
che mi accompagna dentro.
Odio ascoltarlo,
batte sicuro di essere nel giusto,
ma ha quasi sempre torto…"


Rosanna Bazzano (via ultimapossibilita)

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I.J, Singer > La famiglia Karnowski

[incipit]
I Karnowski della Grande Polonia erano noti per il loro carattere testardo e provocatore, ma allo stesso tempo stimati per la vasta erudizione e l’intelligenza penetrante.

[2]
In realtà non capisce neanche una parola di ciò che sente, e fatica a orientarsi nel libro di preghiere con la traduzione tedesca a fronte. La lingua del cantore, come pure la sinagoga, l’Arca santa e la Torah non hanno nulla di ebraico. Perfino Dio stesso le appare estraneo in quel lussuoso santuario. Avrebbe una gran voglia di farsi una chiacchierata con il Signore del Mondo, sospirando e chiamandolo «Papà», come fa sua madre, al paese. Ma in quel palazzo tutto stucchi, più simile a una banca che a una casa di Dio, non osa.

[4]
Fedele al precetto dei suoi maestri, David Karnowski badava scrupolosamente che il suo unico figlio crescesse da ebreo in casa e da uomo per la strada. I cristiani che abitavano nella sua via, però, vedevano nel piccolo Georg soprattutto l’ebreo.

[7]
Da fedele discepolo del Rambam, ritiene che la via che conduce a Dio non passi per la preghiera collettiva insieme a facchini e venditori ambulanti, ma per una concezione razionale della Divinità. Al contrario, il popolino che pregando grida e urla, e chiama Dio «Papà», «dolce Padre» come se si rivolgesse a un idolo, allontana l’uomo assennato dalla Divinità pura. E i suoi rabbini non valgono di più.

[8]
Georg non segue il consiglio dell’amico, non parte per girare il mondo. È troppo per lui. Ma gli studi li trascura, proprio come fa Yidl Bardash. Ogni giorno si ripromette di darsi una regolata, di aprire i libri, di impegnarsi. Ma ha sempre mille altre cose da fare. Dopo tanti anni di disciplina e di limitazioni non riesce a gestire la propria libertà. È irrequieto, si infatua di qualcosa e subito se ne disamora. Cambia gli amici come le ragazze, sempre in cerca di novità. Quando è stufo di bighellonare e va a lezione, lo studio lo appassiona perfino. Allora decide di lavorare con serietà, come si addice a uno studente di Filosofia. Ma non appena comincia, l’entusiasmo svanisce e Georg fugge di nuovo alle osterie e alle commesse, all’indolenza e alla baldoria. Come evita gli studi, così evita i genitori.

[13]
Georg era raggiante. Sul volto abbronzato era impressa la gioia sfrenata dei giovani uomini nei primi giorni di guerra, la gioia dell’avventura, di sentirsi importanti e intrepidi. L’eccitazione, la foga, un pizzico di follia gli brillavano negli occhi neri.

[20]
No, rabbi Karnowski, il maestro non è responsabile se discepoli stupidi interpretano male il suo insegnamento. Se gli sciocchi deformano le parole del saggio, ciò non fa di lui un imbecille.

[20]
«Per chi mi do tanto da fare, rabbi Efraim?» dice Karnowski, citando il titolo di un poema in ebraico. «Mi stupisco di voi,» lo interrompe reb Efraim «un erudito della vostra statura che fa discorsi del genere? No, rabbi Karnowski, tutto ciò che è seminato prima o poi germoglierà. Devo proseguire il mio lavoro».

[27]
Adesso Jegor passava il suo tempo in giro. All’insaputa dei genitori marinava le lezioni per giorni interi. Percorreva la città in lungo e in largo, fino a dove poteva arrivare. Dall’affollato Kurfürstendamm si dirigeva all’Unter den Linden. Raggiungeva l’Alexanderplatz e si muoveva fino al Nord della città. Si spostava in metropolitana, in tram, in autobus, senza una direzione precisa, lasciandosi semplicemente trasportare, come tutti a Berlino. Nessuno stava al proprio posto. I poliziotti, gli imponenti Schupos nei loro elmetti, sempre così sicuri di sé, giravano sperduti domandandosi se avevano ancora autorità. Gli autisti degli autobus non sapevano se dovevano seguire l’itinerario abituale oppure no. Gli unici convinti dei propri obiettivi parevano essere gli uomini in stivali che sfilavano.

[28]
«Vogliamo dare una spuntata ai capelli del signore e per facilitarci il lavoro si deve togliere giacca e colletto, vero camerati?». I camerati scoppiarono a ridere. Il dottor Klein capì l’allusione. Nella sua rivista satirica si riferiva sempre al loro Führer supremo chiamandolo «il barbiere». Ed è così che lo disegnava il caricaturista von Spansattel, sempre con un rasoio in mano, un barbiere patetico e logorroico, che regalava molte risate ai lettori. Il dottor Klein sapeva bene che sia il nomignolo, sia le caricature erano impietosi, perfidi. Ma da umorista, non pensava che la satira potesse essere considerata un crimine. Nemmeno con lui gli avversari erano teneri nelle loro pubblicazioni: lo rappresentavano sempre con i tratti di un diavolo dai capelli crespi, con un naso da brigante e grosse labbra carnose, mentre in realtà aveva il naso dritto, le labbra sottili e i capelli lisci. Lui non se la prendeva. La satira è esagerazione. I giovani in stivali non erano dello stesso avviso.

[32]
solo la gente ordinaria e gli stolti si lamentano con Dio per il male e lo lodano per il bene. L’uomo saggio sa che non ha senso pensare a Dio in questi termini, perché tutto ciò che esiste fa parte del Divino, nulla escluso: animali e vegetali, uomini e stelle, tutto ciò che è, che sarà e che non è più, il bene e il male, la felicità e la sofferenza, e così via, senza inizio e senza fine. Jeannette non vuole saperne di un Dio simile, un Dio con cui non si può parlare, un Dio che non rende bene per bene e male per male, un Dio senza legge e senza giustizia. Vuole il suo buon vecchio Dio di sempre, quello cui rivolge le benedizioni e le preghiere, che chiama affettuosamente Padre, che glorifica, davanti al quale piange e a cui presenta le proprie rimostranze.

[36]
Come un paio di scarpe appena comprato, di cui alcuni apprezzano la bellezza, altri lamentano la scomodità, così era il nuovo paese per i membri della famiglia Karnowski.

[40]
Benché fosse un grande ammiratore della filosofia greca e si dilettasse a leggere i discorsi di Socrate per la bellezza e lo stile, non li avrebbe mai presi a modello di vita, era troppo pragmatico per bere la cicuta in nome di un ideale. Non aveva né la forza né la volontà di entrare in guerra contro il mondo. Se non lo capivano, se preferivano trivialità e ignoranza, gliene avrebbe date a piene mani, e che crepassero d’indigestione. Con uno zelo pari alla ripugnanza che provava si mise a scrivere commedie licenziose, poesie da quattro soldi, a parlare la lingua dell’epoca. Ma per quanto si abbassasse ai livelli più infimi, per gli uomini in stivali restava un estraneo, un individuo di secondo piano.